Inchiesta: la scuola abbandonata
I Principi
1) La scuola non è solo un servizio ai singoli cittadini.
Io posso rimediare alla cattiva qualità della sanità pubblica se posso permettermi per me e la mia famiglia le costose cure di una valida sanità privata.
Ma anche se riesco a garantire ai miei figli una buona istruzione, continuerò a pagare il prezzo della cattiva istruzione ricevuta dai figli dei miei concittadini.
2) La qualità del sistema scolastico contribuisce a determinare la performance economica di un Paese.
3) Nell’istruzione dunque quello che conta non è neppure il risultato medio, perché ciò che risulta strategico è il risultato degli ultimi in classifica.
4) Abbiamo imparato da tempo che ciò che si apprende prima di iniziare la vita lavorativa sarà presto superato. A scuola i giovani uomini devono imparare a imparare. Come ha spiegato già nel 2000 Edgar Morin "è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena". Con due conseguenze.
- Immaginare di mandare i giovani verso gli istituti tecnici “professionalizzanti”, secondo la filosofia dominante dell’ultimo decennio, è idea priva di senso.
- Se contassero le cose che imparo a scuola avrei una situazione di antico regime: chi conosce 700 parole e chi ne conosce 300. Ma la capacità di apprendere è uno switch on-off. Chi sa va avanti, chi non sa rimane al palo.
Per farsene un’idea ecco la Tavola delle abilità per la vita (life skills) riconosciuta da Onu e Oms.
Bisogna immaginare che questo semplice elenco è ciò che un bambino dovrebbe imparare a scuola in soli 8-12 anni.
- acquisire pensiero creativo
- acquisire pensiero critico
- comunicare in forma adeguata al destinatario
- imparare a prendere decisioni tenendo conto dei dati di realtà
- sviluppare le capacità autovalutative
- imparare a gestire le emozioni
- imparare a risolvere problemi specifici
- imparare a sostenere stress e contenere ansie
- imparare a entrare in sintonia con le persone e con gli ambienti
I dati
In Italia vanno a scuola (dalla materna alle superiori, esclusa l’Università) circa 9 milioni di alunni. Dopo una flessione da baby sboom, da circa 10 anni il numero torna a cresce, poco e per merito degli immigrati.
Gli italiani hanno voglia di scuola per i loro figli.
Lo dimostra l’effetto della riforma Moratti (legge 53 del 2003). Fu stabilito il doppio binario. Da una parte i licei che portano verso l’Università. Dall’altra istituti professionali, tecnici e magistrali, che proiettano verso il mercato del lavoro (Date un mestiere ai vostri figli). Le famiglie italiane, più lungimiranti dei loro governanti, reagirono nell’anno scolastico 2003-2004 con un crollo delle iscrizioni al binario tecnico-professionale.
La scuola italiana è naturalmente meritocratica. 7 su 10 fra quanti prendono ottimo alla licenza media vanno al liceo. 8 su 10 fra quanti prendono sufficiente vanno agli istituti professionali o tecnici. Alle superiori i ragazzi italiani sono promossi all’85 per cento, gli stranieri al 70 per cento.
La scuola italiana è inefficiente. Il 45 per cento degli italiani tra i 25 e i 64 anni non va oltre il diploma di media inferiore. Meno della metà degli adulti hanno un diploma di media superiore, siamo al livello di Grecia e Spagna. Ma stiamo recuperando: adesso i diciannovenni con diploma sono oltre l’80 per cento.
La scuola italiana forma male. Secondi i dati Invalsi (Istituto Nazionale Valutazione Sistema di Istruzione) funzionano le elementari; al di sopra della media europea, mentre le medie funzionano bene per i bravi e male per chi ha difficoltà. Gli italiani stanno a scuola due anni e mezzo meno della media Ocse, tre anni meno dei Paesi più avanzati. Gli italiani sono più ignoranti degli altri popoli, soprattutto al Sud e nelle isole.
Gli studi internazionali rilevano una correlazione tra capacità culturali e competenze richieste sul lavoro. Gli italiani leggono e scrivono meno degli altri, e fanno lavori meno qualificati.
Il corpo docente (circa 700 mila persone) è in contrazione e si sta precarizzando e femminilizzando. In una società maschilista la femminilizzazione è sinonimo di una perdita di prestigio per la categoria.
In Italia si spende nettamente meno che negli altri maggiori paesi europei per la scuola. Si spende meno al nord che al sud. In Lombardia si spende un terzo che in Gran Bretagna (rispetto al Pil).
La dispersione scolastica
Ogni anno lasciano la scuola senza aver conseguito un titolo dai 40 a 50 mila ragazzi over 14.
Si chiamano early school leavers i giovani tra i 18 e i 24 anni con sola licenzia media o meno e fuori dal circuito formativo. In Italia erano nel 2009 il 19,2 per cento. Interessante il dato scomposto per sesso: 22 per cento per i maschi, 16,3 per cento le femmine. Cioè chi meno studia più lavora, e viceversa. (Esempio: il 57 per cento dei lavoratori sardi maschi non va oltre la licenzia media, per le femmine la quota di scarsa formazione si ferma al 36 per cento).
Il fenomeno dall’abbandono scolastico e della dispersione non è così direttamente legato ai contesti socio-economici. Gli addetti ai lavori considerano come prima causa il cattivo funzionamento della scuola e i risultati insoddisfacenti. Scrive l’Istat: “Le incidenze sono particolarmente elevate in Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, dove almeno un giovane su quattro non porta a termine un percorso scolastico/formativo dopo la licenza media. Quote elevate di abbandoni si riscontrano però anche in alcune aree del Nord (principalmente in Valle d’Aosta e nella provincia autonoma di Bolzano, ma anche in Piemonte e Lombardia, tutte con quote intorno al 20 per cento).
Scrive il servizio statistico del Ministero Pubblica Istruzione: “Si ha così che, mentre il basso grado di sviluppo socio-economico rappresenta la causa che nel Sud produce la maggiore spinta ad uscire dal sistema formativo, la domanda di lavoro al Nord rappresenta invece un’attrattiva interessante per numerosi ragazzi con scarso rendimento a scuola”.
Il 12 per cento dei ragazzi abbandona la scuola al termine del primo anno delle superiori. Nella provincia autonoma di Bolzano il dato sfiora il 20 per cento, in Sardegna arriva quasi al 17 per cento.
L’Italia ha il record europeo di Neet (15-29 anni Not in Education, Employment or Training) con il 19,2 per cento, l’Olanda è al 5 per cento.
Dispersione è anche stare a scuola imparando poco. Secondo le classifiche internazionali 2009 gli studenti italiani hanno riportato 486 punti nelle capacità di lettura (464 maschi, 510 femmine) più o meno in media Ocse, dove però una dozzina di Paesi sono sopra quota 500. L’Italia figura al 29° posto. Carenza di insegnanti e di risorse didattiche pesano sul risultato. Per esempio è stato dimostrato statisticamente che nelle scuole prive di biblioteca gli studenti leggono meno. Nella matematica i risultati sono sostanzialmente analoghi, solo che l’Italia risulta 35° in classifica e sono le femmine che stavolta vanno peggio dei maschi.
Dispersione è anche dimenticare ciò che si era imparato. La forza lavoro partecipa alla formazione continua molto meno che negli altri Paesi, con tassi inferiori al 10 per cento.
I temi dell’inchiesta
- Le cause. Sono i risultati insoddisfacenti la causa della dispersione scolastica. Lo dimostra il fatto che il fenomeno tocca i livelli massimi nelle regioni più ricche del nord, dove un mercato del lavoro effervescente costituisce un’attrattiva concreta per il ragazzo che non ha più voglia di studiare. L’inchiesta non va dunque fatta intorno alle scuole ma dentro.
- Le tendenze. Il fenomeno è in costante calo nel Mezzogiorno mentre nel Nord mostra segni di ripresa negli anni della grande crisi.
- Quanto costa al Paese? Le statistiche scolastiche dimostrano che il sistema economico italiano dispone di risorse umane di qualità molto più basse rispetto ai Paesi con cui compete. Inoltre il livello di education della forza lavoro è correlato all’andamento del Pil.
- Che cosa serve per fermare il fenomeno e chi lo fa? Si tratta, in una parola, di far funzionare meglio la scuola, di migliorare l’apprendimento e i risultati, di minimizzare lo scoraggiamento, di allontanare dai giovani e dai loro genitori l’idea che la scuola sia una perdita di tempo. I protagonisti di questa battaglia, quando ci sono, sono insegnanti e presidi.
Il territorio interessato
L’inchiesta riguarda le quattro regioni in coda alla classifica nazionale della dispersione scolastica (nell’ordine Sicilia, Puglia, Campania e Sardegna) e le altre due regioni del Sud, Calabria e Basilicata, quest’ultima sorprendentemente al secondo posto della classifica nazionale dopo il Lazio
(L'inchiesta è coordinata da Giorgio Meletti)




