I numeri della scuola/2 – la popolazione scolastica italiana
Quanti sono gli studenti che popolano le aule del nostro paese? E che differenze ci sono da regione a regione? I dati Istat ci permettono di fare una buona fotografia del sistema scuola in Italia. Partendo dalla totalità della popolazione scolastica, quindi dalla scuola primaria (5 anni) e dall'insieme della scuola secondaria (di I grado, della durata di 3 anni, e di II grado, della durata di 5), vediamo che ci sono, in totale, poco meno di 7 milioni e 300mila studenti nel nostro paese. Così distribuiti per regione:
Purtroppo mancano i dati relativi all'anno scolastico 2008-09, ma gli altri dati ci raccontano di un leggero aumento della popolazione scolastica complessiva nelle regioni del Nord e una leggera diminuzione a Sud. Questo dato non si correla in alcun modo con l'andamento demografico complessivo che anzi registra un aumento di popolazione proprio nelle regioni meridionali. Ma la riduzione nel tempo del numero di studenti a Sud è confermata anche dalla variazione, negli anni, della percentuale della popolazione studentesca rispetto alla popolazione complessiva di ogni regione.
Come si vede da questa visualizzazione, le regioni del Sud sono complessivamente più giovani: hanno una percentuale di studenti più alta rispetto a tutti gli abitanti della regione a confronto con le regioni del Nord. Eppure, questa percentuale sta scendendo. Cosa significa? Che nel Sud del paese ci sono meno studenti che si registrano a scuola o che il tasso di abbandono negli anni successivi è così elevato da incidere in modo significativo e visibile sull'insieme della popolazione scolastica?
Di abbandono scolastico si è occupata anche l'Istat, che nell'ultimo rapporto NoiItalia 2012 mette a confronto il tasso di abbandono scolastico in diversi paesi europei, utilizzando anche i dati Eurostat.
Innanzi tutto è bene chiarire cosa intendiamo per abbandono scolastico: come ricorda l'Istat, nel contesto europeo, questa definizione equivale a «la quota di popolazione in età 18-24 anni che ha abbandonato gli studi senza aver conseguito un titolo superiore al livello 3C short della classificazione internazionale sui livelli di istruzione (Isced97). Tale indicatore, nel sistema di istruzione italiano, equivale alla percentuale della popolazione in età 18-24 anni che, dopo aver conseguito la licenza media (detta “scuola secondaria di primo grado”), non ha concluso un corso di formazione professionale riconosciuto dalla Regione di almeno 2 anni e non frequenta corsi scolastici o altre attività formative.» (Istat, Rapporto NoiItalia 2012)
Nel 2010, la media europea si attesta sul 14,5%, l'Italia è ben sopra con un tasso di abbandono del 18,8%, dietro a Spagna, Portogallo e Malta, gli unici altri tre paesi dell'Unione che hanno tassi più elevati del nostro, anche in modo consistente. Dato che la popolazione italiana tra i 18 e i 24 anni, al 1 gennaio 2011, è di 4.352.641 persone, questo significa che ci sono, oggi in Italia, 818mila persone giovani, all'interno di questa fascia di età, che hanno solo un titolo di terza media e che non sono più in formazione. Un dato sconfortante, per tutte le conseguenze che ha in termini di immissione sul mercato di una buona fetta di popolazione che non avrà, nei prossimi anni, le risorse per affrontare i cambiamenti dello scenario economico e per elaborare percorsi professionali innovativi e non ancorati a vecchi modelli già in crisi da tempo.
Lo stesso rapporto fornisce i dati, in termini di serie storica dal 2004 al 2010, per vedere come si è modificato l'andamento dell'abbandono scolastico complessivo nel tempo nelle regioni e province autonome italiane. Guardando questi dati regione per regione vediamo consistenti differenze, anche tra un anno e l'altro.
E' utile sapere che gli iscritti alle scuole superiori sono, complessivamente, 2 milioni e 700mila circa. Quasi un terzo, dunque, della popolazione scolastica totale italiana.
E' possibile che le differenze che vediamo nel grafico precedente siano dovute anche alla ratifica del riconoscimento da parte delle singole regioni e province di quanto previsto dalla Legge n.133/2008 che, dall'anno scolastico 2010-11, introduce il riconoscimento dei percorsi di istruzione e formazione professionale come parte dell'obbligo scolastico. Ad esempio, la provincia autonoma di Bolzano ha attuato in modo tempestivo questa disposizione legislativa.
Dal 2001, infatti, a seguito della riforma costituzionale, gli uffici scolastici regionali hanno un ruolo primario nell'organizzazione dell'offerta formativa locale, soprattutto per quei percorsi integrati di istruzione e formazione professionale che molti ragazzi scelgono per completare l'obbligo scolastico. Percorsi che consistono in un biennio formativo dopo la scuola media e non proseguono dunque fino al diploma quinquennale. Le forti differenze, dunque, si spiegherebbero soprattutto con le scelte fatte a livello di scuola superiore e formazione professionale.
Per identificare meglio i problemi, vale la pena concentrarsi sul primo biennio della scuola superiore, indicato da tutti gli studi come il momento critico durante il quale si registra la maggior parte degli abbandoni. Qui vediamo forti variazioni da un anno a un altro, in molte regioni, che probabilmente necessitano di essere spiegate proprio andando a vedere come vengono registrati e valutati i bienni formativi professionali. Sarebbe quindi utile verificare, territorio per territorio, qual è l'effettivo stato di attuazione della legge-riforma e come vengono definiti i dati raccolti e trasferiti all'Istat.
Se vogliamo guardare a questi dati da un'altra angolazione, possiamo analizzare il tasso di scolarità, inteso come la percentuale degli studenti iscritti a un certo ciclo scolastico rispetto alla popolazione complessiva di giovani della stessa età. Prendendo come riferimento, l'insieme della scuola secondaria di II grado, ossia le scuole superiori, ecco quello che osserviamo:
In qualche caso il tasso è superiore al 100%: secondo l'Istat questo dato si può spiegare sia con le anticipazioni di iscrizione che con i ripetenti e i trasferiti che non sempre vengono conteggiati in modo corretto. Il dato però rimane interessante: ci sono regioni dove evidentemente una percentuale molto alta (tra il 10 e il 30% a seconda dei casi) di ragazzi tra i 14 e i 18 anni non va a scuola.
Complessivamente, se vogliamo prendere un dato che ci dia la misura del fenomeno, possiamo dire che se la popolazione italiana tra i 14 e i 18 anni, quella presa come riferimento per misurare la scolarità alla scuola superiore, è di più di 2 milioni e 900mila persone, con piccole variazioni tra gli ultimi anni, e la scolarità, negli stessi anni, è attorno al 93%, ci sono circa 200mila ragazzi di questa fascia di età non iscritti a scuola in media in Italia (il dato torna, naturalmente, con il calcolo totale degli iscritti che abbiamo già detto essere 2 milioni e 700mila). A questi vanno aggiunti naturalmente gli iscritti che poi lasciano e non raggiungeranno mai il diploma, cioè gli abbandoni veri e propri. Complessivamente, questi e quelli, rientreranno nella misurazione del titolo di studio della popolazione tra i 18 e i 24 anni che costituisce il riferimento per definire l'abbandono scolastico anche a livello europeo.
Un'occhiata alle situazioni territoriali
Ancora una volta il dato della provincia di Bolzano è eccentrico: il salto di scolarità è probabilmente dovuto proprio al riconoscimento del biennio professionale come parte dell'iter formativo. Spicca poi la Basilicata: come mai in questa regione la scolarità è così elevata? Si spiega con la consapevolezza che in un territorio che offre poche opportunità di impiego è meglio investire in istruzione anche per, eventualmente, avere più opportunità in altri luoghi?
Molte differenze sono probabilmente spiegate da ragioni diverse: la bassa scolarità di territori ricchi di offerta lavorativa induce probabilmente i giovani a preferire un lavoro in tempi brevi invece di passare molti anni sui banchi di scuola. Per quanto riguarda alcune regioni del Sud, invece, è probabile che l'abbandono sia dovuto a ragioni del tutto opposte: carenza di opportunità, difficoltà a immaginarsi un futuro, famiglie in grave situazione di disagio economico e sociale. Interessante è il dato della regione Veneto, che ha recuperato molto bene negli anni un tasso di abbandono che era tra i più elevati del paese. Qui, ma si tratta di pura speculazione, un primo effetto dello sviluppo tumultuoso dell'economia nordestina era stato proprio quello di abbassare l'interesse verso la scuola e rendere più attraente la prospettiva di un lavoro. Ma da molti anni, ormai, il modello Nordest sta attraversando una fase di crisi e di riorganizzazione, e forse la necessità di un investimento in formazione ha riacquistato una certa capacità attrattiva.
Nell'insieme, questi dati non danno conto di un altro fenomeno: la migrazione tra regione e regione per il completamento dell'iter scolastico. Ci sono infatti casi, ma non abbiamo dati a sostegno dell'entità di questo fenomeno, di studenti che iniziano la scuola superiore in una città e poi, a causa di diverse difficoltà, scelgono di completare gli studi in altri luoghi dove ritengono più semplice il conseguimento di un diploma. Probabilmente non si tratta di dati molto significativi ma potrebbero, in qualche caso, spiegare alcune delle distorsioni che vediamo.
Il problema non è l'iscrizione ma arrivare al diploma
Ma il dato più interessante, che conferma il fatto che sia proprio il biennio della scuola superiore il momento di massima fragilità, quello durante il quale perdiamo molti studenti e non riusciamo a trattenerli fino al diploma, è il confronto tra il tasso di scolarità che abbiamo appena visto e il tasso di diplomati in un campione di popolazione di 19enni. Certamente ci sono studenti che necessitano di più anni per arrivare al diploma e quindi prendono il titolo dopo i 19 anni.
Ma è evidente che anche se gli studenti iscritti a scuola tra i 14 e i 18 anni sono la quasi totalità della popolazione giovanile della stessa età (tranne casi eclatanti come la provincia di Bolzano, nuovamente), la percentuale di quelli che arrivano al diploma quinquennale è molto più bassa. E' proprio in questa differenza che sta tutto il problema.
In generale, questi dati confermano l'idea già diffusa che ci siano molti ragazzi che decidono di fermarsi dopo il biennio obbligatorio e che quindi ci sia una sostanziale differenza tra quanti sono iscritti e quanti arrivano alla fine del percorso. E' chiaro che questi dati vanno corretti: ci sono studenti anticipatari, ci sono pluri ripetenti, trasferimenti all'estero, etc etc. Ma è anche vero che probabilmente, molti di questi studenti hanno già preso la decisione di rimanere a scuola solo per due anni al momento dell'iscrizione e scelgono la scuola professionale con il preciso intento di non studiare per altri cinque anni. Un elemento forte su cui puntare, forse, è proprio l'orientamento che si fa alla secondaria di I grado, cioè alla scuola media.
E' lì, in quel momento, che si rende esplicita l'utilità o meno di pensare a un percorso di studi che arrivi al diploma di scuola superiore. Una volta imboccato il percorso professionale, probabilmente, per molti ragazzi è troppo tardi e l'incentivo a proseguire viene meno. A tal fine, è anche interessante vedere come sono cambiate le scelte scolastiche da parte degli studenti nel corso degli anni.
Una serie storica dell'Istat ci fa vedere che sostanzialmente negli ultimi 30 anni le scuole scelte dagli studenti sono rimaste le stesse, anche se è difficile fare dei confronti visti i molteplici indirizzi, sperimentazioni e cambiamenti che si sono succeduti (per esempio, la scuola magistrale è da tempo ormai liceo psico-pedagogico). Un solo dato spicca: c'è stata una certa riduzione di iscrizione agli istituti tecnici e un aumento molto consistente ai licei scientifici. Gli altri dati subiscono variazioni minori. E' possibile, ma è solo un'ipotesi, che il liceo scientifico abbia acquisito in questi anni una maggiore attrattiva perché visto come percorso più attuale, in linea con le richieste di un mercato dove la scienza e la tecnologia sono sempre più protagoniste. E comunque, stupisce che nonostante gli enormi cambiamenti sociali ed economici di questo trentennio, ci siano ancora più di mezzo milione di persone, più di un quinto degli iscritti totali alle superiori, che scelgono percorsi professionali, tradizionalmente orientati al mondo del lavoro e non al proseguimento degli studi. Poiché anche molti iscritti agli istituti tecnici non proseguono poi negli studi universitari, questi dati ben si correlano con il basso numero di laureati nel nostro paese rispetto al totale della popolazione giovanile.
Sia come sia, per convincere gli studenti e le famiglie a investire sul percorso di formazione è necessario investire, rinnovare i percorsi formativi, rendere le scuole dei luoghi attraenti e ricchi di stimoli. E questo richiede molte risorse, proprio quelle che negli ultimi anni la scuola vede sempre meno. E che, secondo il famoso PON, Programma operativo nazionale, dovrebbero essere attratti nei prossimi anni resi attraverso il canale di finanziamento dei fondi strutturali europei e quindi investiti per migliorare gli ambienti di apprendimento e modernizzare le strutture scolastiche, con laboratori e strumenti multimediali. Se questi investimenti, posto che arrivino e siano correttamente utilizzati, daranno i risultati sperati, anche in termini di lotta alla dispersione e abbandono scolastico potremo giudicarlo solo nei prossimi anni. Intanto, la situazione attuale di spesa in istruzione non è certo confortante, come vedremo nel prossimo post.
Elisabetta Tola



