Dollars for Docs

Di Guido Romeo
I giornalisti si sono sempre cibati di dati. Certe volte ne rimangono addirittura intossicati e perdono di vista il senso generale di ciò che dovrebbero descrivere. L'innovazione più interessante del data journalism non è l'utilizzo di dati digitali di per sè, ma piuttosto la produzione di insiemi di dati originali che diventano di fatto una fonte originale, un nuovo pezzo di informazione che prima non esisteva.
Un bellissimo esempio di questo genere di lavoro, questa volta arriva dagli Usa. È il database "Dollars for Docs"  approntato da ProPublica, la fondazione diretta da Paul Steiger, che è anche nel comitato scientifico di <ahref.
I bravissimi  Dan NguyenCharles OrnsteinTracy Weber, della no-profit Usa (il cui claim  "Journalism in the public interest" non potrebbe essere più calzante per questo lavoro) hanno messo in fila le cifre dei pagamenti a vario titolo per 320 milioni di dollari erogati da otto aziende farmaceutiche (tra cui giganti globali come Gsk, Eli Lilly, Astra Zeneca, Roche, Novartis e Pfizer) a oltre 17mila medici americani, spesso con causali piuttosto ambigue (e.g.: 25mila dollari per partecipare a un convegno lungo un fine settimana alle Barbados...). Il risultato è un database ricercabile con nomi di moltissimi specialisti e dei pagamenti che hanno incassato.
Un'informazione non esaustiva (sono solo otto le farmaceutiche prese in considerazione e si tratta di una frazione dei medici Usa) ma il database liberamente accessibile si sta rivelando un efficacissimo strumento di educazione dei cittadini e la sua risonanza sta spingendo molte aziende e istituti sanitari a una maggiore trasparenza.
Il progetto, lanciato lo scorso novembre è inoltre diventato una "ongoing investigation" che coinvolge anche i lettori permettendo loro di diventare fonti e contribuire con nuovi dati.
Infine ma non da ultima, la ferale domanda: come hanno trovato i dati? La risposta breve è da una sentenza delle corti Usa che ha obbligato le aziende a divulgarli. La spiegazione più articolata è che molte aziende hanno rilasciato i dati nelle forme più strambe, e il team di ProPublica ha impiegato mesi per metterli in fila come spiegano Charles Ornstein e Tracy Weber in questo podcast.
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